Ieri Palermo ha accolto ‘Marianne’, la nave della Freedom Flotilla arrivata al porticciolo della Cala lunedì pomeriggio, manifestando solidarietà e determinazione riguardo alle istanze di liberazione della Palestina dall’oppressione e dall’occupazione militare israeliana. L’imbarcazione – diretta verso il Mediterraneo orientale, dove si unirà ad altre barche della terza Freedom Flotilla – trasporta un carico di pannelli solari e attrezzature mediche. La barca è essa stessa un carico di solidarietà: – All’arrivo al porto di Gaza, doneremo la barca al locale Sindacato dei Pescatori – ha detto Charlie Andreasson, membro dell’equipaggio e del comitato direttivo di Ship to Gaza Svezia, una delle organizzazioni della Freedom Flotilla Coalition. E’ questa soltanto una delle missioni che, stante ancora il blocco del porto di Gaza, intende continuare a dar vita al progetto Arca di Gaza, andato temporaneamente in fumo più di un anno fa quando un missile israeliano, nell’ambito dell’Operazione militare Barriera protettiva, aveva bombardato il porto di Gaza City… In una guerra dove a essere colpita è soprattutto la popolazione civile, è fondamentale il ruolo delle Associazioni umanitarie. Tante sono, nel caso di Gaza, le sigle che hanno sentito il bisogno di intervenire direttamente, con la loro presenza fisica, in un conflitto caratterizzato proprio dall’assenza dei Governi. L’icona per eccellenza in questo campo è stato sicuramente Vittorio Arrigoni, vero e proprio Che moderno, che nel 2003 entrò a far parte dell’Organizzazione non Governativa International Solidarity Movement, e che nell’Agosto e nel Dicembre 2008 riuscì per ben due volte a superare la forza dei blocchi israeliani, sbarcando a Gaza e costituendo una spina nel fianco dell’informazione filo-sionista. Da allora si è iniziato a comprendere il significato del superamento del blocco marittimo, che Israele aveva imposto agli abitanti della Striscia, fuorviando i termini stabiliti dagli accordi di Oslo soltanto allo scopo di incidere sull’economia e sullo stesso morale dei cittadini palestinesi. Dopo le imprese di Arrigoni, la Freedom Flotilla aveva tentato anch’essa per ben due volte di forzare il blocco, e dopo la tragedia della Mavi Marmara che, attaccata da un raid israeliano era costata la morte a 9 attivisti turchi, aveva portato l’Estelle, nel 2012, prima della confisca e dell’arresto del suo equipaggio, a incontrare migliaia di persone in numerosi porti europei. Ecco, in ogni porto, Estelle ha in qualche modo rotto l’assedio. Ha raccolto solidarietà, ha attivato le persone sul territorio, ha violato un insopportabile embargo, quello della privazione della libertà da parte di una nazione nei confronti di un’altra. In un’altra notte di guerra, però, il sogno, il più grande, si era già infranto. Quello di far salpare un’imbarcazione che nelle intenzioni degli organizzatori avrebbe dovuto, per la prima volta dal 1967, rompere il blocco di Gaza dall’interno e consegnare prodotti palestinesi via mare a chi li aveva ordinati. Grazie ai contributi raccolti negli ultimi mesi, era stato acquistato un vecchio peschereccio che recentemente, in virtù del duro lavoro di palestinesi e volontari internazionali, era stato trasformato nell’Arca di Gaza. L’Arca di Gaza, progetto internazionale e palestinese della campagna Freedom Flotilla, sarebbe dovuta partire a settembre con a bordo prodotti tipici gazawi, ma ad aprile un incendio scoppiato durante la notte ne impedì la partenza. Pochi giorni prima era stata attivata una petizione internazionale diretta ai governi di tutto il mondo e alla segreteria generale delle Nazioni Unite perché garantissero il passaggio sicuro della nave e perché facessero pressioni su Israele affinché ponesse fine alle restrizioni al movimento della popolazione di Gaza e rispettasse le acque territoriali della Striscia. La nave fu rimessa in sesto, con l’obiettivo, appunto, di salpare in settembre. L’Arca di Gaza rappresentava la nuova sfida lanciata dal popolo di Gaza, sostenuto dalla coalizione internazionale della Freedom Flotilla, movimento dal basso fatto di campagne e iniziative promosse in tutto il globo. Obiettivo, spezzare l’embargo ricreando quella rete commerciale che nel secolo scorso aveva fatto del porto di Gaza uno dei centri del Mediterraneo. Il progetto era, anzi, è ancora basato sullo slogan “commercio e non aiuti”. È questo il lavoro che stava dietro l’Arca di Gaza: non solo rompere l’assedio israeliano, ma ribadire il diritto del popolo di Gaza al commercio con l’esterno, il diritto degli artigiani della Striscia a esportare fuori i propri prodotti, prodotti di associazioni di donne, di disabili, di non vedenti: si era posta un’attenzione particolare al lavoro femminile e giovanile, come nel caso della Abbassan Cooperative for Medicinal Herbs, cooperativa di 67 donne del villaggio di Abbassan che avrebbe dovuto esportare spezie. O della Aftaluna Elsom, associazione di 70 non udenti, presente a bordo con sottobicchieri decorati a mano… Sembrava impossibile, ma oggi, dopo tanto lavoro e difficoltà, il Progetto Arca di Gaza è rinato, e lo ha fatto nel modo migliore e più pieno, proprio nel momento in cui tutte le nazioni europee discutono con asprezza sull’opportunità di accogliere al loro interno migliaia di migranti provenienti dallo stesso continente martoriato di Gaza.
In questa categoria sono riuniti una serie di autori che, pur non facendo parte della redazione di Sardegna blogger collaborano, inviandoci i loro pezzi, che trovate sia sotto questa voce che sotto le altre categorie. I contributi sono molti e tutti selezionati dalla redazione e gli autori sono tutti molto, ma molto bravi.
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