FALLITI (?)

La Keller Elettomeccanica di Villacidro, azienda produttrice di carrozze ferroviarie nata agli inizi degli anni ’80, con stabilimento primario in Sardegna e secondario a Carini (Palermo), è fallita. Duecentottantasette dipendenti a Villacidro e centosettanta a Carini non metteranno più piede in azienda.

La Sezione fallimenti del Tribunale di Cagliari ha rigettato la richiesta di amministrazione straordinaria avanzata dal sindacato e dal commissario giudiziale Nicola Maione (nominato dallo stesso Tribunale perché relazionasse sullo stato dell’azienda) e ha decretato la fine dell’impresa. Mancherebbero, infatti, i requisiti di legge per la concessione dell’amministrazione straordinaria. Ora la Keller verrà messa in vendita con procedura fallimentare, anche per singole componenti.

Ha chiuso l’Alcoa, ha chiuso l’Euroallumina, la Queen e tutto il nodo tessile di Macomer, quello cartario di Arbatax, e ora, con la Keller, si scioglie uno degli ultimi segmenti di quel poco di industria che l’Isola ha visto realizzarsi nei suoi cinquant’anni di storia recente.

Sono state crisi animate da fattori differenti, spesso motivi legati a dinamiche internazionali: ad esempio nel tessile, l’ingresso dei cinesi (che possono vantare posizionamento di prodotti a bassissimi prezzi prodotti con costi del lavoro risibili) ha spiazzato moltissime imprese occidentali. La Sardegna, in un contesto di economia globalizzata, fa parte di queste dinamiche, punto.

L’Alcoa ha chiuso per altre ragioni, anche se nella retorica pubblica il discorso si è basato solo sui costi energetici e l’interruzione dei benefici di Stato. L’Alcoa è una big Corporation, una multinazionale capace di muoversi su mercati globali e riposizionare abbastanza facilmente le sue strutture produttive dove le condizioni del posto sono a suo vantaggio: sindacati deboli o inesistenti, costi del lavoro risibili, rapporti semplificati (e a proprio vantaggio) con le istituzioni pubbliche, etc, etc.. Questo poteva fare e questo ha fatto, punto. Il capitale straniero ha trovato altri spazi socio-economici di accumulazione più favorevoli.

La Keller di Villacidro, la più importante industria del Medio Campidano, ha la sua peculiare storia, quella di una situazione di crisi di lungo periodo. Fu l’imprenditore siciliano Giovanni Salatiello a cogliere nel 1983 le ghiotte opportunità dei finanziamenti statali della ex legge sul Mezzogiorno per sbarcare in Sardegna assieme al figlio Maurizio (vero deus ex machina dell’azienda). Vicino a Palermo avevano già una fabbrica di materiale rotabile (Keller Siciliana), ma quegli 80 miliardi di contributi statali erano un’esca troppo allettante e fu così che i Salatiello aprirono la fabbrica a Villacidro (240 operai) per costruire carrozze ferroviarie ed effettuare ristrutturazioni di convogli.

Il mercato di riferimento era sostanzialmente italiano, con le Ferrovie dello Stato primo cliente. È andato tutto bene fino a inizi anni ‘90 quando la concorrenza di Breda e Ansaldo ha prevalso e le Fs hanno smesso i panni del cliente, togliendo ossigeno alla Keller. I Salatiello fuggono dalla Sardegna, l’azienda fallisce e passa alla gestione commissariale che, grazie alla legge Prodi, salva fabbrica e posti di lavoro. Subentra il gruppo Mancini di Arezzo, poi in corso d’opera il gruppo Busi che fino a ieri costituiva la proprietà di Keller Elettromeccanica assieme alla Hig Holding. Nel 2011 l’azienda Trenitalia conferma l’annullamento di un ordine di cinque elettrotreni alla fabbrica di Villacidro per un importo di circa 16 milioni di euro, dando così il colpo di grazia all’azienda. Ieri, infine, il primo pugno di terra è stato gettato sulla bara.

E ora incominceranno a levarsi le urla di dolore dei lavoratori, delle famiglie dei lavoratori, dei sindacati e di tutti i sodali. E sono e saranno grida giuste. E sono e saranno grida indirizzate alla classe politica locale, quella regionale che, penso, poco potrà fare per sciogliere quel nodo specifico. Ma forse poteva e sicuramente può fare molto per il futuro prossimo dell’Isola. Almeno, tentare di non farla andare completamente a fondo, tentare di continuare a galleggiare in una competizione economica globale che, per noi sardi, è di assoluto svantaggio. Purtroppo.

Ad esempio, bisognerebbe guardare onestamente i numeri. Certo, può essere deludente e al limite dello sconforto fare questo viaggio, ma è di importanza fondamentale per poter impostare qualche ragionamento che abbia un qualche colore di fattibilità. È urgente trovare il filo (o più di uno) per definire una politica economica che abbia i contenuti e il sapore della integrità interna, orizzonti medio-lunghi e, soprattutto, il profilo della gerarchia di interventi.

La nostra è una economia nana, sia nel contesto nazionale che in quello internazionale. Lo è da sempre e su questo argomento ci sono biblioteche intere di produzione scientifica: non sta a me ricordarlo in questo momento. Ma la crisi economica globale ha ulteriormente schiacciato il nano verso il basso. Bisognerebbe, dunque, essere puntuali e ambire a far sì che nel dramma che si profila per tutte le economie occidentali nei prossimi 5-7 anni, la Sardegna possa “tentare di tenere”, galleggiare, appunto. Sarebbe già un risultato splendido.

La nostra ricchezza annua è fatta da poco più di 33.638 milioni di euro, ed è un “bottino” che continua a calare negli ultimi anni, per molti motivi. Uno dei problemi più rilevanti, però, è che la fetta più grande della nostra ricchezza proviene dai servizi (81%), il settore che maggiormente ha tenuto in questa crisi (soprattutto grazie alle donne e ad un ampliamento delle fragilità contrattuali). La nostra è sostanzialmente un’economia che produce servizi: possiamo farci tutte le narrazioni più “felici” del mondo, ma una narrazione onesta fatta sui numeri, quelli che descrivono realmente il mondo economico, ci dice che la nostra è un’economia che fa poco conto su agricoltura e industria: la prima si ferma al 3% del PIL e la seconda al 9,4%; la prima produce 908 milioni di euro di ricchezza ed è in calo rispetto agli anni precedenti; la seconda produce 2828 milioni di euro per ciò che concerne il settore “in senso stretto” e 1722 milioni di euro contando il settore delle costruzioni; entrambe non sono in calo, sono letteralmente crollate negli ultimi anni.

Quel poco di industria esistente costruita per lo più da Roma (chimica) e quella endogena hanno visto il PIL diminuire del 26% dal 2007 al 2011; la quota sul totale della ricchezza è passata dal 13% a poco più del 10%; l’occupazione è precipitata, perdendo un quarto degli addetti (da oltre 55mila a 44mila lavoratori).

Ecco perché ci vuole – subito – una Strategia Industriale. Se il capitale locale per l’investimento nel settore langue o è assolutamente insufficiente o assente, è necessaria la dimostrazione della classe politica che ci governa di definire delle priorità di investimento nel settore, capace – magari con aiuto sapiente di esperti esterni (se non ne siamo capaci con le risorse presenti in RAS)- di dialogare con il capitale straniero per l’investimento in loco. Certo, nel massimo delle garanzie per i lavoratori sardi e il territorio tutto, soprattutto nel senso della conservazione degli equilibri ambientali.

Chi lo può fare? La Finanziaria regionale (Sfirs), pezzi dell’Assessorato alla programmazione? Un settore RAS tutto da inventare? Forse si, forse no, non è la declinazione importante in questo scritto. Questo è un punto fondamentale che va analizzato con serietà – in tempi rapidissimi – nelle stanze istituzionalmente previste per questa possibilità.

Di certo rimane, finora, l’assenza di una politica industriale e di un piano energetico che vanno urgentemente definiti, e definiti per un orizzonte di almeno 15-25 anni; una politica industriale che sia capace di investire risorse, tempo ed energie per metter mano ad ambiti – anche con il contributo di capitale straniero – che siano in grado di alimentare nascita ed espansione di una futura imprenditoria locale (la chimica è un’impresa a ciclo integrato e nega queste possibilità di indotto); che sia in grado di alimentare decisioni importanti sulla destinazione dei fondi della formazione professionale, sulla costruzione di peculiari Corsi di laurea universitari insieme agli organi di Unica e Uniss, capaci entrambi di garantire determinate figure professionali per i settori industriali in cui si è scommesso. Etc. Etc..

Insomma, le “cose da fare” sono molte, tante, forse troppe. Ma, lo ripeto alla noia, bisogna guardare con serietà e soprattutto onestà intellettuale alla posizione della nostra economia nel contesto internazionale – i suoi limiti così come i suoi vantaggi – per limitare i primi e sfruttare al massimo i secondi. Senza banali appelli alla letteratura internazionale, senza narrazioni felici, ma con onesto richiamo alle concrete possibilità della nostra economia che, in una crisi internazionale di portata mostruosa, ci suggeriscono che sarebbe già una fortuna riuscire “a galleggiare” tra competitor di ben altra caratura.

 

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2 Commenti

  1. Caro Zurru,
    la decisione di scrivere su Sardegnablogger è senz’altro lodevole. Tuttavia vorrei suggerirti di impiegare più proficuamente il tempo dedicato alla scrittura per produrre qualcosa di utile. Mi spiego.
    Il tuo articolo non dice nulla sulla storia della Keller. È logico, non è il tuo mestiere, sarebbe quello di un giornalista d’inchiesta.
    Non dice nulla sulle possibili soluzioni, salvo invocare il «galleggiamento». Un ragionamento che potrei trovare tra amici se si discorre del più e del meno. È logico, non è il tuo mestiere, né possiamo aspettarcelo da te.
    Quindi, come potresti renderti utile?
    Utilizzando le tue competenze di sociologo. Proprio la Keller, ma anche tutte le altre aziende che hai citato, correttamente, è buon esempio di ciò che ha significato industrializzare la Sardegna con un massiccio intervento di contributi pubblici in conto capitale generosamente elargiti agli imprenditori. L’arrivo di questi signori ha determinato la formazione di uno stretto intreccio tra politica, imprenditoria e lavoro che è una delle concause dell’attuale deindustrializzazione. In un posto in cui per mezzo secolo lavoro vuol dire voto di scambio giocato sui contributi pubblici è difficile poter creare spazi per un’imprenditoria sana. Anche perché sorge il dubbio, credo legittimo, che non la si voglia, visto che non può creare le opportunità di scambio lavoro/voto.
    Dunque tu potresti dare un contributo proprio su questi temi e con gli strumenti del tuo mestiere. Raccontando cosa sia diventato lo scambio perverso tra contributi pubblici, lavoro e politica di cui la Keller è ottimo esempio.
    Credo che una delle condizioni irrinunciabili per porre rimedio alla terribile situazione del manifatturiero in Sardegna sia proprio rivisitare il rapporto imprenditoria/politica/lavoro. O, se vuoi, denunciare con forza le sue storture.
    Questo, credo, dovrebbe essere compito delle persone come te, che hanno voglia di fare e competenza.

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  2. Caro Gavino,
    prima di tutto grazie del commento, E’ sempre un piacere confrontarsi, al di là dei mestieri svolti…
    Entrando nel merito, il pezzo andava a mettere in evidenza la scomparsa del settore industriale in ragione di spiegazioni che – visto lo spazio disponibile in un post – non possono essere che di racconto epidermico. Le ragioni e la storia di ogni fallimento industriale sono molto più complesse, ne siamo tutti consapevoli. Così come sono consapevoli le vie di uscita. Ed è qui che cercavo di sottolineare uno dei possibili obiettivi per questa classe dirigente, il “galleggiare” della nostra economia nana in una dimensione di globalizzazione che ci vede piccoli e , spesso, in posizione di svantaggio. Ed è qui che cercavo di suggerire una serie di misure, vista la scarsità o assenza di capitale finanziario locale e di energie imprenditive locali per avviare intraprese industriali di un certo respiro nell’Isola, quello dell’attrazione – a condizioni serie, ferme e intoccabili di tutela del lavoro e dell’ambiente – di capitale finanziario straniero. Che poi la classe politica locale abbia storicamente approfittato del suo ruolo di mediazione con i flussi finanziari che arrivavano dall’esterno è cosa che la letteratura (me compreso, con un libro del 2001: “Com’è difficile spendere, Franco Angeli, Milano) hanno spesso e volentieri messo in evidenza.
    Ma l’urgenza dell’intervento impone scelte non rinviabili, e a queste mirava il pezzo.
    Cordiali saluti
    MZ

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